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PANORAMA - Nicola Zottoli PANORAMA - Cesare Zottoli Fotografo

Relazione preliminare sul castello Longobardo

Nel territorio del Comune di Acerno (Sa) sulla sommità della Tempa del Castello (1199 m s.l.m.),  un contrafforte calcareo a poche centinaia di metri in linea d'aria dalle sorgenti del Tusciano, si scorgono i ruderi di un complesso fortificato. Nel luglio del 2006 un'equipe dell'Università della Calabria, nell'ambito di un progetto esito allo studio degli insediamenti d'altura nella Campania altomedievale, ha provveduto, in accordo con il Comune di Acerno e in collaborazione con l'Associazione culturale Tusciano coordinata dal prof. Andrea Cerrone, ad una pulizia delle strutture murarie e ad un rilevamento archeologico con lettura stratificata delle murature.
Il circuito murario di Tempa del Castello circoscrive parte della sommità del monte, alternandosi a profondi dirupi inaccessibili e dunque non necessitanti di sbarramenti artificiali, circoscrivendo un'area di circa 4 ha.
La cortina fù edificata ricorrendo al sistema dei paramenti esterni, creando cioè due fodere parallele con conci di pietra calcarea locale ben sistemati, riempiendo poi l'intercapedine con sassi e malta. In tal modo la costruzione poté facilmente raggiungere spessori vicini ai 2 metri, come nella parte occidentale. La cortina presenta lacerti di intonaco di colore grigio chiaro, sia sui paramenti interni che esterni. La cinta é rilevabile, come detto, solo in alcuni punti dell'altura: si ritenne probabilmente da pane dei costruttori inutile elevare mura nelle aree in cui, a causa della forte pendenza, una risalita non era praticabile. Due sono gli accessi che si sono individuati, uno ad ovest, l'altro a sud. L'accesso occidentale, il più ampio, risulta protetto da due torri. La prima, a pianta pentagonale, distaccata una decina di metri dalla porta, grossomodo alla quota di quest'ultima, costituiva una sorta di piccola fortezza edificata sfruttando su di un lato la roccia, opportunamente adattata, a strapiombo sull'unica via di accesso sul fianco occidentale del monte che, in tal modo, risultava impraticabile per un eventuale tentativo di assalto. La seconda torre presenta una pianta circolare ed é collegata direttamente a difesa della porta. Superato l'accesso un sistema di ulteriore difesa era costituito da una stretta controporta che costringeva un eventuale assalitore ad uno spazio estremamente ristretto terminante in un angusto sentiero che conduce all'interno dell'insediamento, facilmente controllabile dalla torre cilindrica e dalle rocce circostanti.La parte di versante compresa tra l'ingresso e il pianoro sommitale dell'insediamento, risulta organizzata in una serie di terrazzamenti artificiali per un'estensione di ca 6000 mq che, ripuliti dalle erbe infestanti. hanno evidenziato la presenza di edifici collassati su tutta l'area. Sulla base delle osservazioni compiute sul campo è possibile  valutare in almeno venti il numero di edifici crollati insistenti sui terrazzamenti. L'ingesso meridionale del sito, costituito da una posterula ampia circa 1.5 m, risulta difesa da una torre, a pianta triangolare a Sud-est e da una serie di caditoie.
Il materiale ceramico rinvenuto nel corso della pulizia delle strutture (ceramica da mensa-frammenti di brocche, forme aperte-. ceramica da fuoco, frammenti di grossi contenitori), copre un orizzonte cronologico che si estende tra i secoli VII-VIII e XI .
La tecnica costruttiva, la tessitura muraria e la stessa planimetria ellittica adottate per la cinta di Toppa del Castello richiamano alcuni rari esempi di fortificazioni altomedievali presenti nella Langobardia minor. Allo stesso modo l'adozione di un tipo di fortezza a pianta pentagonale ricorda la beneventana Torre della Catena, elevata dai longobardi tra la fine del VI e il VII secolo. Sulla base di queste prime considerazioni sembra si possa datare la realizzazione dell'insediamento di Tempa del Castello intorno al VII secolo. La stessa presenza nel riempimento della muratura di un frammento di ceramica figulina costolonato decorato con larghe bande rosse, genericamente databile ad età altomedievale, sembra confermare tale ipotesi, anche se il rinvenimento della tegola con impresso un bollo laterizio potrebbe far pensare ad una fase di qualche decennio precedente.
Cosa era dunque l'insediamento alle fonti del Tusciano? I pochi dati al momento disponibili lasciano congetturare una fortezza con funzioni abitative, realizzata intorno al VII secolo e abbandonato non oltre l'XI secolo.
Per comprenderne la funzione bisogna però probabilmente allargare l'analisi al territorio montano circostante. La fortezza di Tempa del Castello appare infatti inserita nell'alto Medioevo in una rete di punti forti delineanti un capillare sistema di controllo viario relativo alla prima età longobarda nei Picentini, che sembra avere avuto come poli Benevento e Conza e come area di interesse strategico la pianura di Salerno. La valle del tusciano costituiva nel Medioevo un corridoio privilegiato attraverso il quale da Salerno si raggiungevano le vie appenniniche che conducevano a Benevento e a Conza. In particolare la Tempa del Castello si trovava presso una sorta di crocevia: partendo di qui in direzione N-W. lungo le vie che conducevano a Benevento seguendo le valli del Calore e del Sabato, il castrum Rotundae, la Civiltà di Ogliara e il castello di Montella costituivano le prime fortezze a controllo dei transiti (pianta). Sull'altro versante. in direzione N-E. verso Conza, porta appenninica per la Puglia al pari di Benevento, dalla Tempa del Castello di Acerno si raggiungeva. superati i Piani di Bardiglia (toponimo da mettere evidentemente in relazione con i Longobardi. da Bard). Facilmente il monte Oppido di Lioni a controllo della valle dell'Ofanto: qui sopravvivono i resti di un grosso insediamento, inedito per quanto riguarda la fase altomedievale. Altro caposaldo verso Conza collegato alla Tempa del Castello, era la fortezza di Torricella a controllo della Valle del Temete lungo la strada che conduce da Caposele alla Sella di Conza. Risalendo verso il varco appenninico si giungeva rapidamente alla fortezza di Conza, snodo viario fondamentale nello scacchiere delle comunicazioni appenniniche dall'età sannita fino al terribile sisma del 1980 che ne ha decretato la fine irreversibile.
Si tratta di parte di un sistema di difesa in profondità che da un lato sbarrava la possibilità di risalita dal Tirreno verso Benevento chiudendo di fatto il passaggio attraverso le valli del Calore, del Sabato, del Tusciano, del Sele e dell'Ofanto, ma anche di un complesso di fortezze che nella rocca di Tempa del castello, sovrastante il castello di Olevano e il Golfo di Salerno-Paestum, avevano la punta avanzata da cui sferrare l'attacco alla fertile piana pestana e agli antichi porti tirrenici ancora in mano bizantina, conquista che avverrà nei primi decenni del VII secolo.
Probabilmente i Longobardi. sin dai primi tempi dell'occupazione delle aree interne del Mezzogiorno, avevano compreso come la difesa in profondità rappresentasse l'unico mezzo per contrastare un eventuale tentativo di riconquista bizantino e dunque si affrettarono ad elevare fortezze in luoghi strategicamente efficaci, in particolare lungo le valli fluviali del Sannio e dell'Irpinia, primo nucleo territoriale del Ducato.
In questo senso la Guerra gotica (532-555), cui avevano partecipato, é noto, anche  guerrieri Longobardi come federati dei Bizantini, aveva fornito un'importante lezione: gli eserciti di Belisario non avevano avuto eccessive difficoltà nel conquistare le terre del Mezzogiorno anche a causa del disinteresse degli Ostrogoti a costruire un reticolo di fortezze in queste aree dell'Italia. Disseminare le vie appenniniche di fortezze significava di fatto consolidare il dominio longobardo sui territori interni della Campania e tagliare i collegamenti terrestri tra i centri dell'Adriatico e le città tirreniche. La Tempa del Castello inoltre non doveva risultare particolarmente inaccessibile. a dispetto dell'apparenza: ancora oggi sopravvivono sentieri che senza eccessivi sbalzi di quota conducono alla fortezza in maniera abbastanza agevole. pertanto. oltre ad un disegno strategico-militare, l'insediamento poteva soddisfare anche ad esigenze di carattere più marcatamene strutturale, quali ad esempio il controllo delle risorse naturali, in particolare di ciò che si può considerare il petrolio dell'alto Medioevo: il legno. Le montagne circostanti offrivano, infatti, sconfinate estensioni di boschi, in particolare faggete. tanto da mutuare spesso da esse il nome già nel Medioevo. come si coglie ad esempio in Faitum, rilievo tra Acerno e Campagna. essenze da cui si poteva ricavare materiale per la costruzione delle parti immerse delle barche. per i remi. per la realizzazione dei carri e delle zappe, oltre che per ottenerne del buon carbone. In questo contesto appare significativo come tra i monti Picentini sulla dorsale che costituisce lo spartiacque tra l'alta valle del Tusciano e del Sele, tra gli attuali comuni di Acerno e Senerchia (AV), dove domina quasi incontrastata la faggeta, si siano conservati toponimi quali Serra della Costa d'Amalfi  e Varco delle Tavole, forse traccia di attività di taglio e lavorazione di tronchi d'albero. Se si considera l'interesse che gli Amalfitani mostrano sin dall'alto Medioevo per la commercializzazione del legname di cui riforniscono i mercati nordafricani, e la presenza nel Medioevo di interessi amalfitani tra i Monti Picentini, verrebbe quasi da pensare ad un collegamento tra le due cose da far risalire forse all'altomedioevo. Dalle foreste montane e dai boschi costieri il prezioso materiale strategico poteva essere comodamente fluitato lungo il Sele fino al porto alla foce, di cui si hanno tracce sin dal IX secolo, al tempo del Pactum Sicardi (anno 836), l'accordo stipulato tra Longobardi e Ducati costieri campani per regolamentare i traffici commerciali tra le due pani; in particolare il Pactum si sofferma sui mercanti, per lo più amalfitani come ha sottolineato il Citarella, che attraccavano le loro imbarcazioni in partibus Lucaniae. ovvero nel territorio pestano in cui ricade la foce del Sete, e il legno doveva costituire uno tra i prodotti più richiesti da questi ultimi. Di qui, dopo aver ricevuto il permesso dall'autorità longobarda, comprensibilmente vigile sulla eventualità che i tronchi delle sue foreste si ripresentassero sotto forma di minacciose navi da  guerra davanti alle sue coste, gli Amalfitani potevano fare rotta verso i ricchi mercati di Egitto e Tunisia. Altra risorsa che si poteva reperire tra i monti di Acerno era forse il ferro, come sembra potersi dedurre da piccoli affioramenti di minerale visibili sulle coste sottostanti la sommità della Tempa. Una vena ferrosa fu individuata e sfruttata inoltre agli inizi del XVII secolo sulle coste del monte Fra grato, in località  Torricelle, non distante dalla tempa del Castello. Altri piccoli giacimenti si trovavano nell'altopiano di Gaudo. Si deve tenere in conto che fino alla prima metà del XIX secolo nel territorio di Acerno era operante lungo il Tusciano una ferriera, tra le più importanti del Regno di Napoli: è plausibile che il minerale si ricavasse in parte ancora nella zona, anche se gran parte proveniva da Piombino, altrimenti sarebbe stata insolita una collocazione in una località difficilmente raggiungibile, L'allevamento infine doveva risultare una risorsa non secondaria: testimonianze epigrafiche documentano almeno a partire dalla fìne del I secolo d. C. come aziende di allevamento sfruttassero i fertili pascoli e le sorgenti tra Acerno e  Caposele per il loro bestiame: rinvenimenti di frammenti di ceramica sigillata italica e di produzione africana, tegole e una moneta di Giulia Mamea a Piano del Gaudo, presso un antico abbeveratoio ancora oggi utilizzato dagli allevatori locali per le loro mandrie, segnalano forse il sito di uno di questi insediamenti.
Rarissime sono le notizie relative ad Acerno e al suo territorio nell'alto Medioevo. Dal Cronista salernitano del X secolo sappiamo che un abitante dell'oppidum Acerni, un tale Sichelmanno, partecipò all'assedio di .Aquino intorno al 950 condotto dal principe di Salerno Gisulfo I: a detta dell'anonimo cronista, contemporaneo degli accadimenti, fu proprio Sichelmanno a consentire la conquista della città, grazie alla costruzione di una catapulta il cui utilizzo rese vana la resistenza degli Aquinati.
Dai primi dati disponibili è forse possibile riconoscere nell'insediamento di Tempa Castello l'oppidum Acerni del Chronicon Salernitanum: la conformazione ricorda un oppidum ossia un centro fortificato d'altura difficilmente espugnabile più di quanto non possa risultare l'attuale centro aperto di Acerno, su un altopiano a circa 700 metri. difficilmente difendibile. E' difficile inoltre immaginare che nel X secolo esistessero due borghi fortificati di una cena consistenza all'interno di uno stesso territorio montano quale quello di Acerno. Sichelmanno. elemento di spicco nelle gerarchie dell'esercito di Gisulfo, probabilmente a causa della sua perizia nelle tecniche ossidionali, doveva essere uno dei maggiorenti dell' oppidum.

 

Prof. Di Muro - UNIVERSITA' DEGLI STUDI DELLE CALABRIE


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