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PANORAMA - Nicola Zottoli PANORAMA - Cesare Zottoli Fotografo

Elegia per Acerno

Est locus Italiae ( pars haec Lucania fertur

qua iacet ) Acernum veteres dixere coloni.

Moenia nulla girant nec cogitur omnis in unum.

At diversa locis habitant gens incola terrae.

Sed tamen urbis habet nomen titulusque cathedrae

pontificalis adhuc manet et ritus sacer extat.

Circum silva ingens. Hinc duro robore quercus

et steriles orni taxsusque aquilonia quaeque

apta satis bello curvos torquetur in arcus.

Inde abies alnusque levis, quarum altera magnis

est bona navigiis, tute quibus aequora tranant

(fit quoque missilibus subeundae et commoda pugnae)

altera fluminibus crassisque et aptior undis.

Fraxinus et sese quae vertice tollit in altum

carpinus ac tiliae leves atque aescula, fagus

atque aliae quas silva vetus nec saucia nutrit,

quarum ego non possum comprendere nomina versu.

Haud procul hae densant, propius stant arbore multa

castaneae annosae. Nux rarior et nisi vellant

protegit omne solum radicitus ( idque frequenter ),

infecunda filix nec terra quid utile gignit.

Quatecumque feras ad eum satis arduus extat

et gravis accessus, salebrosa atque aspera semper

invenies, nunc ima petes, nunc alta gravabit

scandere te, quamquam nitaris pectore toto.

Non aestate cales, tanto latet ille recessu,

montibus obiectis, ut vix sua lumina Phoebus

illuc ante vibret per opaca cacumina quam se

extulerit, media coeli regione tuetur

sublimis qua caeca etiam, nisi tecta residant.

Hic glacies durata gelu fit marmoris instar,

quando saevit hiems ( ibi semper saevit ) et omnis

ventorum rabies furit una atque omnia versans

huc rapit atque illuc, ut casum quaeque minentur

exagitata nimis. Nivium tam densus inhorret

tamque frequens lapsus metuendaque tilia pendent,

ut, nisi continuis arcerent frigora flammis

terricolae, cruciata gelu iam pene rigerent

corpora pallenti fierentque simillima saxo.

Labitur hac amnis, quem Avellam nomine dicunt

iuxta Avisi gurges nitidis argenteus undis.

Inter opaca latens emanat plurimus et se

fundit in angustum germani fluminis alveum.

Aliter Aiellus aquis violentior influit illac

saxum grande rotans, Cererem quo frangere possint

igni torrendam, structis et ponere mensis.

Gratia nulla loci Baccho Cererive creandae,

ast aliunde vehunt. Hominum ex his discere mores

quisque potest. Cum tristis humus sibi nulla ministret

mortalem quibus hanc valeant sat ducere vitam,

torpori non se dedunt, ne ignavia molles

efficit, at duros cogunt tolerare labores

semper inops tellus semperque immitis egestas.

Omnibus hinc studiis vigilique indagine victum

compensare parant damnisque occurrere tantis.

Nulla quies operarum, pariter se vincere certant

quo large quaerantur opes, quo nocte recedant

utque greges ovium crescant, armenta boumque.

Velleribus studet hic rursus quae vendat emendis,

mercibus ille aliis; redit hic, meat ille nec ulla

tempora deterrent, quamquam tonet aethere ab alto

luppiter, et largo torrentes imbre minentur.

Qualis apes per rura frequens vaditque reditque,

ingeniosa, sibi quo dulcia mella reponat,

nec frusta tendit, nec frusta septa relinquit,

at repetit gravis usque domum ponitque laborem

laeta fatis, nunquam sic ullus inutilis exit

terricolis ex his, tanta est acquirere cura,

tantus amor: sic fervet opus. Mirabere tantum

aspicias si forte loci faciemque situmque,

vividus unde color sit vultibus, unde decorque

tantus inest, qua parte fluant in vulgus agreste

divitiae, quibus ampla domus sat viveret, et quis

haec deus aspexit facilis deserta locorum.

At si despectis animalibus ulla regendi

vis concessa deum est divinae munere mentis

est sortita quidem longe divinius illam

provida gens hominum, mentisque capacior altae.

Condicio nos saepe loci sorsque aspera adactis

duraque pauperies lateri calcaribus urget

viribus ínsuetos fortesque subire labores.

Nunc memoranda venit tribuit quae Acernia nomen

una loco, si certa fidem monumenta figurae

efficiunt veteris, licet et si ex nomine nomen

ducere proximìus, famae si credere dignum est.

Foemina venatrix gestans venabula destra

vivacisque caput leva per cornua cervi

aere nitet. Nomenque notant quae inscripta leguntur

per girum super. Est olim a fossore repertum

illic terrigena. Sequitur vestigia primae

auctoris pars magna suae. Nam lustra ferarum

vestigant canibus, terebrant et harundine cervos

fulmineosque sues, fetas venantur et ursas

intrepidi sternuntque solo, spoliumque reportant.

Sed magis insistunt operi, quando omnia canent

effusis nivibus. Tunc est animalia tempus

prendere, tunc caveas facile est reperire latentes,

tunc quoque vulnificos praestat turbare leones.

Usque adeo expertum ac durum patiensque laborum

est genus hoc hominum, quod nulla pericula vincant,

nulla doment, illesa fides, et foedera lecti

intemerata manent. Protendunt terripus in aevum

aere salvifico, nulla immoderantia vitae

subtrahit aut Parcae detruncat fila trahenti.

 

Paraclito Malvezzi, da " Eleglarum libri, IV, 10 " codex Sabinianensis Ms. 14, cartaceo

 

Traduzione - ELEGIA PER ACERNO

Vi è un paese in Italia (la regione in cui si trova è detta Lucania) che gli antichi fondatori chiamarono Acerno.

Non è circondato da mura; l'insieme è diviso in casali.

Gli abitanti dimorano sparsi nelle contrade del territorio.

Pur tuttavia ha nome di città e fino ad oggi conserva il titolo di vescovado e sono in vigore le cerimonie religiose. Intorno vi è un bosco immenso. Qui c'è la quercia che ha un duro tronco, il frassino che non dà frutto, il tasso rivolto a Nord, che, molto adatto come arma per combattere, lo si piega in archi ricurvi. Di là vi sono l'abete e l'esile ontano: e di essi l'uno è buono per costruire grandi navigli, con cui attraversare i mari senza pericolo e diventa adatto anche a ricavarne lance per sostenere una battaglia; l'altro è adatto ad attraversare i fiumi e anche abbastanza idoneo per le grosse onde. Vi sono il frassino, il carpino, che con la punta svetta in alto e i tigli leggeri, l'ischio, il faggio e le altre piante che nutre il bosco vecchio di anni ma non danneggiato, di cui i miei versi non potrebbero contenere tutti i nomi. Non lontano queste piante sono fitte, più vicino vi sono castagni secolari in gran quantità.

Le noci, alquanto scarse, se non le sradicassero insieme con le radici proteggerebbero tutto il suolo: questo però avviene con frequenza. Poi vi è la felce infeconda e la terra non produce alcunchè di utile. Per qualsiasi parte si avanza in sua direzione risulta assai arduo e difficile l'accesso; si troveranno sempre percorsi aspri e disagevoli: ora si scenderà, ora sarà opprimente la fatica di salire per irti sentieri, sebbene ci si sforzerà a pieni polmoni.

Non si proverà caldo destate, tanto esso è coperto e nascosto per la barriera dei monti che il sole, prima di portarsi nell bel mezzo della volta celeste, a stento fa brillare i suoi raggi attraverso le loro cime ombreggianti e dalla sua altezza illumina anche là dove vi sono luoghi bui, purchè non si trovino coperti.

Qui il ghiaccio, indurito dal gelo, diventa simile al marmo, quando l'inverno incrudelisce e qui esso è sempre crudo e si scatena tutta la rabbia dei venti e, agitando tutto, porta via ogni cosa di qua e di là, in modo che ogni cosa minaccia di cadere, tanto grande è lo scuotimento. Le nevicate tanto dense e tanto frequenti incutono orrore: i tigli restano appesi con rischi di pericolo, tanto che se i contadini non cercassero di allontanare il freddo con fuoco senza interruzione, i corpi, afflitti dal gelo, sarebbero intirizziti quasi e diventerebbero molto simili alla pallida pietra. Scorre per queste zone un fiume, che di nome chiamano Avella, dal color argento per le limpide acque, vicino alle sorgenti dell'Ausino. Nascosto tra le piante ombrose, fuoriesce assai abbondante e si immette nello stretto alveo di un fiume gemello.

Dall'altro lato si getta in esso il fiume Aiello di acque più impetuose, che fa così ruotare una grande pietra con cui macinare il grano da tostare al fuoco e porlo sulla mensa apparecchiata. Qui non c'è luogo adatto alla coltivazione della vite e per produrre grano, bensì li trasportano da altri paesi.

Da ciò si potrebbero apprendere i costumi degli uomini. Quando la terra avara non produce loro alcunché, con cui possono essere in grado di poter vivere, non si concedono all'ozio nè il dolce far niente li rende fiacchi, ma vuoi la terra sempre senza risorse, vuoi la sempre dura povertà li costringono a sopportare dure fatiche.

Di qui con ogni impegno e una ricerca senza tregua si danno da fare per procurarsi gli alimenti e per ovviare a così grandi carenze.

Non vi è nessun risparmio di operosità e egualmente fanno a gara a superarsi nel cercare ricchezze in abbondanza, dove rifugiarsi di notte e come far crescere il gregge di pecore e le mandrie di buoi. Uno è intento a comprare pelli per

rivenderle, un altro in altre mercanzie; questo torna, quello parte e nessun cattivo tempo lo trattiene, sebbene Giove tuoni dall'alto del cielo e i torrenti siano minacciosi per l'abbondanza delle piogge. Come la previdente ape va qua e là continuamente per i campi e viene a deporre il dolce miele e non si muove inutilmente e non abbandona le siepi senza ricavarne niente, ma va e ritorna carica fino al suo alveare e depone il frutto del suo lavoro, contenta del suo destino, così mai nessuno di questi contadini esce senza ricavarne utilità, tanto grande è la preoccupazione e la brama di guadagnarsi qualcosa: così sono febbrilmente intenti ad operare. Si proverebbe gran meraviglia soltanto se si desse uno sguardo all'aspetto del paesaggio e al posto: cioè da dove i loro volti prendono un colorito pieno di vigore, da dove derivandola, c'è in essi una così grande dignità, da quale parte proviene la ricchezza alla massa dei contadini, con cui la famiglia numerosa potrebbe vivere sufficientemente e quale dio guardò benevolo questi luoghi abbandonati.

Ma se agli animali, pur essendo disprezzati, è stata concessa dagli dei una forza di reggersi per dono dell'intelligenza divina, il genere umano invece l'ebbe in sorte in modo di gran lunga più divino, essendo previdente e più dotato di una mente elevata. Spesso la condizione del luogo, la sorte difficile con le sue costrizioni e la dura povertà ci spinge con gli sproni ai fianchi a sostenere con le nostre forze fatiche insolite e pesanti.

Ora mi viene da ricordare Acernia colei che sola diede nome al luogo, se il sicuro reperto di un'antica statua fa fede, ammesso che un nome si possa ricavare da un nome che più gli è prossimo, se è giusto credere a quel che si dice. Splende sul bronzo una donna cacciatrice che porta nella destra delle armi da caccia e con la sinistra tiene per le corna la testa di un cervo pieno di vigore. L'iscrizione che si legge intorno indica il nome. Un giorno fu trovato da un contadino del luogo che scavava. Gran parte degli abitanti segue le orme della prima fondatrice. Infatti con i cani scavano le tane delle fiere, trafiggono con l'asta i cervi e i fulminei cinghiali e coraggiosamente danno la caccia alle orse gravide, le abbattono al suolo e portano con loro il bottino.

Ma si danno da fare di più, quando tutto è ricoperto di bianco per le grandi nevicate: allora è il momento di catturare gli animali, allora è facile scovare le tane nascoste, allora è preferibile scompigliare i leoni che procurano ferite profonde.

Questa razza di uomini è così provata dalle privazioni, resistente e tollerante delle fatiche che nessun pericolo li vince né li doma. La fedeltà rimane intatta, come inviolato rimane il vincolo coniugale. Grazie all'aria salutare vanno molto innanzi con gli anni, nessuna intemperanza di vita causa loro la morte o spezza il filo della vita alla Parca che lo tesse.

 

Trascrizione dal manoscritto e traduzione di Donato Viscido

 


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