DOVE SI TROVA
Piazza V. Freda
VISITE ed ORARI DI APERTURA
DESCRIZIONE
L'Arciconfraternita mortis et orazioni nel maggio del 1639, con la somma di 9 ducati, effettuò il primo acquisto una casa da Donato Maiorana, sita al Pontone (nome dell'attuale Piazza V. Freda). A questa seguirono in breve tempo altre acquisizioni e donazioni, per cui "di tutte queste case senn'è fatta la pianta della nuova chiesa e fabbricata sotto il nome di S. Marta con bolla di Mons. ill.mo Vescovo di Acerno Pietro Paolo Bonsi (1638-1642)".
Essa probabilmente era a tre navate, come è sembrato abbastanza chiaro anche durante i lavori di restauro del dopo terremoto dell'80. La memoria storica, con documentazione anche fotografica, ne rappresenta, però, due, che ebbero nel '700 un radicale restauro migliorativo sia architettonico (il portone dell'unico ingresso e le volte a incannucciata) sia decorativo (il pannello in ceramica sul timpano della facciata raffigurante la Vergine Maria col Bambino, il bello altare barocco della navata principale e gli affreschi sia della chiesa sia della sacrestia, che fu arricchita anche di un artistico "coro" ligneo e di bellissime porte in noce ornate da pregevoli.
Negli anni trenta del secolo scorso, per rendere più agevole agli automezzi l'accesso verso la piazza, fu necessario demolire il Campanile di forma quadrata che chiudeva la navata destra e distava appena tre metri dal lato sud-est del Palazzo vescovile. Le campane vennero sistemate sul muro perimetrale della facciata accanto all'ingresso principale. Negli anni sessanta, in un nuovo assetto urbanistico della zona, fu demolita la navata laterale col campaniletto che ne strutturava la parte terminale, riducendo il complesso architettonico alle dimensioni attuali. Negli anni settanta un sacrilego furto (era di moda la ricettazione di putti e angioletti) privò l'altare maggiore degli angioli capialtare e del bambino Gesù col braccio reggente della Madre, comprese le relative corone d'argento. Lungo, paziente e irto di contrasti è stato il periodo del restauro. Oggi, anche se molto resta ancora da fare, ne rendiamo grazie a Dio, ai benefattori e a chi tanto si è prodigato per non far naufragare nel mare dell'incultura e della dimenticanza anche questa testimonianza di Fede e di civiltà.
Don Raffaele Cerrone